Process Acupressure® Italia
Crescere nel Corpo, nella Mente, nello Spirito
 

 

    ...Come un albero radice...

 

non è solo un corso  nato per stimolare la creatività dei bambini, ma è costituito da un insieme di esperienze concepite nella globalità dei linguaggi, al fine di offrire ai bambini la possibilità di ascoltare i loro bisogni, bisogni che ormai “culturalmente” non sono più riconosciuti...

 

Nel suo processo di evoluzione l’uomo non solo ha sconvolto l’ordine naturale dell’intero pianeta, ma ha anche perso la sua istintività, cioè la sua capacità di agire ascoltando le esigenze e le aspettative che sono proprie alla sua specie, il continuum che lo identifica e lo differenzia da ogni altro essere vivente.

 

L’uomo di oggi ha creato una sua scala di valori, determinata da ciò che egli ritiene più giusto rispetto al suo pensiero razionale, soffocando tuttavia la sicura aspettativa di essere trattato in modo adeguato e in un ambiente appropriato, tipica del continuum  nella sua storia evolutiva.

 

Se si vuole sapere cosa è giusto per qualunque specie, è indispensabile conoscere le aspettative innate di ognuna.

 

Osservando popoli che ancora oggi vivono in uno stato piuttosto primitivo, possiamo ricevere molte informazioni rispetto a come nasce  e cresce un bambino secondo il continuum tipico della nostra specie e vedere come è tutto diverso nella nostra cultura “civilizzata” di oggi.

 In particolare vediamo che la nostra società impone una violenta separazione  madre/bambino, fin dai primi istanti di vita che poi  viene riproposta in vari modi nei diversi stadi di vita del bambino.

 

Le esperienze del bam­bino durante la nascita senza traumi devono essere quelle, ed esclusivamente quelle, che corri­spondono alle aspettative ancestrali sue e di sua madre.

Purtroppo sappiamo bene come nascono oggi  i nostri bambini in quasi tutti i moderni ospedali: raramente il parto avviene in modo spontaneo, il cordone ombelicale viene reciso prima che abbia smesso di battere e il bambino viene allontanato dalla madre pochi istanti dopo la nascita, perchè si ritiene per lui prioritario l’essere visitato, pesato e lasciato nella cullina termica...

Tutto questo incide profondamente nel rapporto madre/bambino: dopo aver respirato aria solo per poche ore, il neonato ha già raggiunto un punto di disorienta­mento rispetto alla sua natura che è al di là delle possibilità di tutela del potente continuum...

Il concetto su cui si basa  si fonda sul presupposto che una madre si comporti nei confronti del bambino in modo adeguato secondo la sua aspettativa innata  e che le motivazioni di entrambi e loro relative azioni giovino ad ognuno in modo naturale....

La violenta separazione madre /bambino fa si che entrambe perdano fiducia nel loro sentire.

La mamma  si sente incapace nel suo ruolo poichè sono venuti meno tutti i presupposti  che potevano permetterle di ascoltare con FIDUCIA il  suo istinto e il bambino molto  presto interiorizza il messaggio ciò che sento non ha alcuna importanza, poichè non mi permette di ottenere ciò che è così importante per me e quindi interiorizza la convinzione  non vado bene così come sono e ancora  non sono importante,  poichè la FIDUCIA  che ha in sè nasce dalla risposta che ottiene rispetto alle sue aspettative.

Quando il bambino è nelle braccia della mamma sente sono degno di questo amore, quando piange nel suo anonimo, freddo e immobile lettino sente non ottengo ciò che è così importante per me, non sono degno di amore, è inutile esprimere il mio sentire poichè non ottengo risposta. E’ così impara a non avere più fiducia nel suo SENTIRE.

Anche quando crescerà riceverà sempre conferma  del fatto che non va bene esprimere le proprie emozioni poichè la nostra cultura esercita un vero tabù nei confronti della naturale espressione del nostro sentire. Socialmente viene data la massima priorità a ciò che proviene dall’intelletto e non dal nostro istinto.

In tal modo perdiamo la possibilità di esprimere i nostri bisogni, poichè  ascoltare le nostre emozioni significa contattare i nostri bisogni.

 ...Il bambino nato nel continuum è sempre accanto alla madre, entra in stretto contatto con il suo corpo dal momento in cui emerge dall'utero.

 Quando egli ha iniziato a respirare da solo e riposa serena­mente su di lei, viene accarezzato e confortato e quando il cordone ombelicale ha cessato del tutto di pulsare per essere quindi reciso alla piccola creatura viene offerto il seno senza indugiare in alcun modo per lavarlo, pesarlo, esaminarlo, ecc. È in questo preciso istante, non appena giunto a termine il processo della nascita, quando la ma­dre e il bambino s'incontrano per la prima volta come due individui distinti, che ha luogo quell’evento carico di emotività detto imprinting

Questo impulso d'imprinting, così determi­nante, è talmente radicato nella donna madre che ha la priorità su qualunque altra esigenza che lei potrebbe avere; per quanto stanca sia, affamata o assetata, o per quanto fortemente motivata sia da qualunque altro normale interesse personale, il suo desiderio irrefrenabile è di poter nutrire e consolare questo essere del tutto estraneo e nem­meno tanto grazioso. Se ciò non fosse, non sarem­mo sopravvissuti per tutte queste centinaia di mi­gliaia di generazioni.....

.........Sembra che lo stimolo di imprinting, se non viene seguito dall'incontro previsto con il bambino, dia luogo ad uno stato di desolazione. Nel lunghissimo processo evolutivo del parto umano, nei casi in cui non si assisteva a questo incremento di tenerezza da parte della madre era perché il bambino era nato morto e quindi la risposta psico-biologica era appunto di cordo­glio. Infatti se viene a mancare quell'istante e lo stimolo viene lasciato senza risposta, le energie del continuum presumono che non ci sia nessun bambino e quindi lo stimolo dell''imprinting deve essere annullato.

Pertanto, tutt'a un tratto, quando in un moderno ospedale il bambino viene presentato alla madre a distanza di ore, o anche minuti, dopo che lei è già entrata nello stato fisiologico di cor­doglio, succede spesso che questa provi dei sensi di colpa perché non riesce a sentirsi abbastanza «materna» o ad «amare il bambino a sufficienza»  e che sia vittima del classico dram­ma della civiltà chiamato «normale depressione postpartum», mentre la natura l'aveva eccellentemente predisposta per uno degli eventi emotivi più profondi e di grande influenza della sua vita.

Una lupa in linea con il continuum della sua specie sarebbe una madre più idonea, in que­sto stadio, per un piccolo d'uomo piuttosto che la sua mamma biologica distesa su di un letto mezzo metro più in là. La madre lupa si comporterebbe in modo più tangibile, quella umana, in questo caso, potrebbe anche trovarsi su di un altro pianeta.

Nelle corsie di maternità, nella civiltà oc­cidentale, c'è poca speranza che dei lupi possano consolare i bambini. Il neonato, con la sua pelle che invoca l'antico contatto della carne viva e liscia che irradia calore, è avvolto in panni asciutti e senza vita. Viene deposto in una «scatola» e abbandonato, anche se si consuma in lacrime, in un limbo che è assolutamente immobile (speri­mentando questa condizione corporale per la pri­ma volta in assoluto, dai milioni d'anni della sua evoluzione o dall'eternità passata nell'utero). Gli unici suoni che riesce a sentire sono i gemiti di altre vittime della stessa ineffabile agonia, che tuttavia non hanno alcun senso per lui. Egli piange sempre di più, i suoi polmoni, nuovi all'aria, sono solcati dalla disperazione del suo cuore, Nessuno arriva. Confidando nella giustizia della vita, così come dovrebbe secondo natura/ egli fa l'unica cosa che può fare, piangere e piangere. E alla fine, trascorso un tempo per lui infinito, si addormenta esausto.

Poi si sveglia nell'immemore terrore del silenzio, dell'immobilità; urla, è pervaso da testa a piedi dall'ansia, dal desiderio, dall'intollerabile impazienza. Egli si sforza di respirare e urla fin­ché la sua testa non è satura sussultando per quelle urla. Strilla fino a sentir male al petto/ fino a sgolarsi; non riesce più a sopportare il dolore e i suoi singhiozzi si affievoliscono fino a scompari­re. Resta in ascolto. Poi apre e chiude i pugni; ruota la testa da un lato all'altro. Nessuno lo soccorre, tutto ciò è insopportabile. Ricomincia a piangere, ma è troppo per la sua gola esausta; smette subito. Irrigidisce il corpo ossessionato dal desiderio e appare un'ombra di sollievo. Agita le mani e scalcia con i piedi, poi si ferma, capace di soffrire, incapace di pensare, incapace di sperare; ascolta, poi si riaddormenta ancora una volta.

Quando si sveglia bagna il pannolino e viene quindi distratto dal suo tormento. Ma il piacere nel sentirsi bagnato e la sensazione di calore e di umido che scivola lungo la parte infe­riore del suo corpo presto scompaiono. Il calore adesso è immobile e diventa freddo e appiccicaticcio. Scalcia nuovamente con le gambe, s'irrigidisce, singhiozza. Disperato per il desiderio, per l'immobilità intorno a sé con la sensazione sgradevole dell'umidità, da sfogo alla sua tristezza strillando finché non viene immobilizzato dal sonno solitario.....

 

La casa, fondamentalmente, non è diversa dalla corsia della maternità.

Le ore di veglia del neonato trascorrono anelando, desiderando e attendendo inter­minabilmente che una certa armonia prenda il posto del vuoto silenzioso. Per pochi minuti al giorno il suo desiderio viene quietato e il tremendo bisogno che pervade la sua pelle di essere toccato, abbracciato e portato a spasso, viene esaudito. Sua madre, dopo averci molto riflettuto, ha deciso di concedergli accesso al seno. Lo ama con una tenerezza che non ha mai provato in precedenza. Dapprima è difficile per lei metterlo giù dopo averlo allattato, soprattutto perché lui piange così disperatamente. Ma è convinta di do­verlo fare, perché glielo ha detto sua madre....: se comincia a cedergli ora, lo vizierà con tutte le conseguenze possibili.....E lei vuole fare ciò che è giusto...,

ma il suo istinto non le è più di aiuto, poichè lei non ha abbastanza FIDUCIA in se stessa e in ciò che sente...Anche lei vive nella nostra moderna cultura civilizzata.....

 

( da Il concetto del continuum   di  Jean Liedloff)